22 ottobre 2017
XXIX Domenica del Tempo Ordinario, anno A
Il contesto in cui ci troviamo con il brano di oggi è ancora quello della controversia di Gesù con i capi dei farisei. La controversia non si esprime a parabole, come nei brani di Vangelo delle domeniche scorse, ma direttamente, con domande e risposte: i farisei hanno capito che la provocazione di Gesù è rivolta a loro, e cercano di metterlo in difficoltà con alcune domande tranello.
L’evangelista Matteo lo dice chiaramente: “Allora i farisei si ritirarono e tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nelle sue parole” (Mt 22,15).
Le domande fatte a Gesù saranno quattro, e oggi ascoltiamo la prima, che riguarda un argomento politico molto scottante: “Dicci il tuo parere: è lecito o no pagare il tributo a Cesare?” (Mt 22,17).
Il problema, al tempo, era alquanto dibattuto: pagare il tributo a Cesare significava riconoscere la sovranità di Roma su Israele, e quindi entrare in una sorta di idolatria, in quanto Cesare era considerato dai Romani alla stregua di una divinità.
Affermare il contrario, ovvero che le tasse non andavano pagate, faceva correre il rischio di essere considerati dei ribelli, dei sovversivi, con tutte le conseguenze del caso. Era insomma una domanda che aveva evidenti implicazioni religiose e politiche allo stesso tempo. Era come se gli chiedessero: “Stai con gli occupanti, il cui dio è Cesare, e che ci opprimono, o sei un vero israelita?”
Questo brano del Vangelo ha un’importanza evidente per comprendere il rapporto mai sempre del tutto definito tra politica e fede. Forse gli noi oggi comprendiamo meglio dei nostri padri questo passaggio.
La domanda dei farisei, in fondo, riguarda Gesù stesso: per Israele, l’unico re è Dio, e nel momento in cui fosse giunto il Messia finalmente sarebbe finita ogni occupazione straniera, e si sarebbe instaurato il Regno di Dio. Allora non ci sarebbe stato più bisogno di pagare alcuna tassa a dominatori stranieri, perché ogni dominazione sarebbe cessata.
Nel chiedere a Gesù come comportarsi con le tasse, c’è anche una domanda implicita sulla sua pretesa di essere il Messia, il Re di Israele: Gesù è davvero il Re di Israele, il Messia atteso? Ci può essere un re che ammette che i suoi sudditi paghino le tasse ad un altro re?
Gesù risponde innanzitutto con una domanda: “Ipocriti, perché volete mettermi alla prova?” (Mt 22,18).
Israele, nel corso della sua storia, mette spesso alla prova il Signore. Lo fa ogniqualvolta non riconosce la sovranità di Dio, la sua potenza, ovvero la sua capacità di salvare, di nutrire, di dare la vita.
E spesso, quando Israele mette alla prova il Signore, quando non si fida, cerca anche alleanze con il potere assoluto di turno, come se fosse capace di garantirgli la vita.
E infatti la risposta di Gesù coglie il centro del problema e arriva proprio lì, nell’ambiguità che abita il cuore dell’uomo.
Il vero problema non è tanto cosa fare con il denaro: esso porta l’immagine di un re terreno, e non può che essere restituito a colui del quale porta l’immagine.
Il vero problema è cosa fare con se stessi, ovvero riconoscere di chi siamo, da chi veniamo, a chi apparteniamo; il vero problema è restituire al Signore la sua immagine, che non è impressa in nessun oggetto ma nella nostra carne: la vera idolatria è non rendere a Dio ciò che è suo, ovvero la nostra stessa vita di uomini creati a sua immagine e liberi, il nostro essere figli di Dio.
Quando questo non accade, il rapporto con il potere diviene un alibi, da utilizzare per mascherare i propri interessi.
È interessante, a questo proposito, ciò che accadrà alla fine del processo di Gesù: allora proprio i farisei si alleeranno con il potere di Roma per poterlo condannare a morte.
E, secondo la narrazione del Vangelo di Giovanni, di fronte a Pilato che vorrebbe liberare Gesù, i farisei e I capi del popolo sobillano a rispondere di non avere altro re, se non Cesare (Gv 19,15)!
Ogni alleanza con il potere richiede un prezzo, e questo prezzo è rinnegare in qualche modo l’immagine di Dio inscritta nella propria carne, per mettervi quella del Cesare di turno.In cambio di un favore, Cesare chiede il prezzo della libertà.
Ma quando questo accade, quando si vive restituendo a Dio la propria vita, allora si è liberi davvero, e non sarà certo il pagamento delle tasse ad intaccare questa libertà.
Dunque, davvero Gesù è il Messia atteso: non perché, come un rivoluzionario, smantella l’occupazione romana e instaura un altro potere politico, ugualmente ambiguo.
E neppure perché instaura un regno tutto spirituale, avulso da ogni realtà terrena; Gesù non instaura un regno idilliaco e lontano dalla fatica della vita.
Ma Gesù è re in quanto, dentro le situazioni del mondo, dentro la storia con le sue ingiustizie e i suoi giochi di potere, rivela all’uomo la grande dignità di cui è portatore, e che niente e nessuno potrà eliminare: quella del proprio essere figlio di Dio.
Toccherà all’uomo, ogni giorno, discernere e custodire questo dono, e non svenderlo in cambio dell’illusione e dell’abbaglio di chi invano promette una vita facile, perché ad ogni nuova idolatria corrisponde poi una nuova schiavitù.
Chi invece custodisce il primato di Dio e lo vive dentro le ambiguità della storia, sperimenta che niente di ciò che è di questo mondo può impedire di restituire tutto a Colui al quale già da sempre apparteniamo.
+Pierbattista
