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Discorso pronunciato durante la 17ª Giornata interreligiosa per la pace a Ginevra

Discorso pronunciato durante la 17ª Giornata interreligiosa per la pace a Ginevra

Accolgo con favore il messaggio di Papa Leone XIV sulla pace come una parola tempestiva e necessaria per il momento che stiamo vivendo. Non perché offra soluzioni rapide o risposte semplici, ma perché rifiuta di accettare la rassegnazione come orizzonte finale della storia. In un clima globale caratterizzato da guerre in corso, crescente frammentazione e dalla pericolosa idea che la guerra sia uno strumento politico inevitabile, il messaggio del Papa invita tutti, senza eccezioni, ad assumersi una responsabilità condivisa: non rinunciare all'impegno per la pace, anche quando sembra fragile, lontano o irrealistico.

Per molti, parlare di pace oggi può sembrare fuori luogo. In molte parti del mondo, e in modo particolarmente doloroso in Terra Santa, la violenza ha scavato ferite profonde, sia fisiche che simboliche, rendendo difficile persino immaginare un altro futuro. Eppure, rinunciare alla pace significherebbe accettare la guerra come «linguaggio normale» nelle relazioni umane e internazionali. Il Messaggio del Papa non distoglie lo sguardo dalla gravità della situazione, ma rifiuta di lasciarle l'ultima parola.

In nessun altro luogo questa tensione è più emblematica che in Terra Santa. Lì, la guerra non solo ha distrutto le città, ma ha lasciato cicatrici nella coscienza delle persone, avvelenato il linguaggio e indebolito la capacità di vedere l'altro non come un nemico, ma come un partner nel dialogo. Il trauma rischia di intrappolare le persone in un circolo vizioso di vittimismo contro vittimismo, rendendo la riconciliazione sempre più lontana ogni giorno che passa. In questo contesto, è fondamentale ricordare che porre fine alla violenza, sebbene urgente e necessario, non equivale automaticamente all'inizio della pace.

Da questo punto di vista, la pace non deve essere ridotta a uno slogan o trattata come un obiettivo secondario. La pace diventa un criterio con cui giudicare le scelte politiche e le responsabilità istituzionali. Laddove la dignità della persona umana viene sacrificata alla logica dell'interesse personale, della sicurezza intesa in senso esclusivo o del consenso immediato, la pace viene minata alla radice. Non c'è pace duratura senza giustizia, ma non c'è vera giustizia se l'altro non viene riconosciuto come persona, non come strumento o ostacolo.

Papa Leone XIV sottolinea anche il ruolo insostituibile della comunità internazionale. Non basta intervenire quando scoppiano i conflitti o limitarsi a gestire le emergenze umanitarie. È necessario accompagnare i processi di ricostruzione sociale, istituzionale e culturale, sostenendo percorsi educativi, spazi di dialogo e politiche capaci di guardare oltre il breve termine. Investire nella pace significa accettare che i risultati non saranno immediati, ma riguarderanno il futuro delle generazioni a venire.

 

In tutto questo, non si deve ignorare la dimensione religiosa. In molte zone di conflitto, la religione è profondamente legata all'identità e alla memoria collettiva. Può essere utilizzata in modo improprio per giustificare la violenza, ma può anche offrire potenti risorse per la riconciliazione. Il messaggio di Papa Leone XIV chiama le comunità religiose ad assumersi una responsabilità particolare: salvaguardare un linguaggio che non alimenti la paura o l'odio, ma apra la strada alla conversione, alla responsabilità e al riconoscimento della dignità di ogni essere umano.

Gerusalemme, in questo senso, rimane un simbolo potente e drammatico. Ridurla a mero oggetto di contesa, o rivendicarla come possesso esclusivo di una singola identità, significa tradire la sua vocazione più profonda. Essa continua a sfidare la comunità internazionale sulla possibilità stessa di una convivenza fondata sul rispetto reciproco e sul riconoscimento dell'altro.

In questo contesto si colloca la testimonianza della Chiesa in Terra Santa: piccola e fragile, priva di potere politico, ma chiamata a salvaguardare una visione dell'umanità che renda possibile la pace. Essere Chiesa qui significa mantenere aperti gli spazi di dialogo, rifiutare la logica dell'appartenenza esclusiva e continuare a credere nella riconciliazione, anche quando essa appare umanamente irrealistica.

Accogliere il messaggio di Papa Leone XIV non significa indulgere in un ingenuo ottimismo. Significa piuttosto abbracciare una speranza esigente. Una speranza che non nega la realtà delle ferite, dei traumi e della paura, ma rifiuta di lasciare che abbiano l'ultima parola. Continuare a parlare di pace e ad operare per essa rimane, oggi, un atto di responsabilità sia morale che politica. Abbandonare questo compito equivarrebbe ad accettare la guerra come orizzonte permanente della storia. Continuare a cercare la pace, invece, significa rimanere fedeli a Dio, all'umanità e alla sua vocazione più profonda.

*Tradotto dall'Ufficio Stampa del Patriarcato Latino