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Meditazione dell'Arcivescovo Pizzaballa: IV Domenica di Pasqua, anno A

7 maggio 2017 

IV Domenica di Pasqua, anno A

Il brano che abbiamo ascoltato è tratto dal capitolo 10 del Vangelo di Giovanni. 

È il famoso capitolo in cui Gesù si definisce come il pastore buono, quello che dà la vita per le pecore. 

Nella prima parte di questo capitolo, però, non è tanto la figura del pastore ad essere centrale, quanto un’altra immagine a cui Gesù si paragona, ovvero quella della porta (Gv 10,1.2.6.9) 

Si parla anche del pastore, sì, ma solo per dire che il pastore è colui che nell’ovile vi entra attraverso la porta. Tutti gli altri, che cercano di entrarvi da un’altra parte, e non dalla porta, sono ladri e briganti (Gv 10,1). 

Perciò, una volta entrati, le pecore non li riconoscono: sono estranei, e le pecore fuggono via da loro (Gv 10,5). 

Il pastore, invece, colui che entra dalla porta, vi entra legittimamente, senza sotterfugi: entra in qualcosa che è suo, e quindi è normale che le pecore lo riconoscano. Perciò ascoltano la sua voce, e lo seguono (Gv 10,4). 

Perché è così importante la figura della porta? 

Per capire quest’immagine possiamo provare a pensare a due stanze attigue tra di loro. 

Se tra l’una e l’altra non ci fosse una porta, le persone che stanno nell’una e nell’altra stanza sono vicine, ma non possono comunicare. Sono vicine, ma separate. 

Ci può essere tanto desiderio di incontrarsi, da parte di entrambi, ma se manca la porta tutto è inutile. 

Se invece tra le due stanze c’è una porta, allora l’incontro è possibile. 

Inoltre, se in una stanza non c’è una porta, se la porta è stata sbarrata, chi vi è dentro non è più libero di uscirne. È prigioniero, dentro la stanza. La stanza può anche essere molto bella, confortevole; ma è come una prigione. 

Quest’immagine è l’immagine della nostra vita: il peccato aveva reso queste due stanze, questi due mondi – quello di Dio e quello dell’uomo – separati tra di loro. La morte era intervenuta per allontanare Dio dalla sua creatura: l’uomo non aveva più, come destino ultimo, la comunione con il Signore, ma il vuoto e il nulla della morte. La porta era chiusa. 

E l’uomo, da solo, non poteva aprire nessuna porta. 

Questo è il vero dramma dell’esistenza, e tutta la Parola di Dio porta l’eco di questo dramma, di una relazione interrotta, segnata dalla paura dell’uomo. 

Per cui S: Paolo arriva ad esclamare: “Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?” (Rom 7,24). Chi aprirà la porta? 

C’era dunque bisogno di una porta, che riaprisse il mondo dell’uomo al mondo di Dio. 

Questa porta è Gesù. 

Non è un caso che tutti i Vangeli, all’inizio della vita di Gesù sulla terra, parlino di cieli aperti, di angeli che scendono tra gli uomini per annunciare la presenza del Regno di Dio sulla terra: il cammino si è riaperto. 

E il vangelo di Giovanni ripete più volte che Gesù viene dal Padre e al Padre torna: nessuno è mai salito al cielo se non il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo, dice Gesù a Nicodemo (Gv 3,13). 

Ma non è solo la porta che permette a Dio di scendere fra gli uomini. 

Nel Vangelo che abbiamo ascoltato, l’immagine della porta è utilizzata per due scopi: al versetto 1 è il pastore che vi entra, che usa questa porta per entrare nell’ovile, per raggiungere le pecore. 

Ma nei versetti successivi, la porta serve alle pecore per uscire dall’ovile, e seguire il pastore che le conduce al pascolo. Perché delle pecore che rimanessero sempre nell’ovile sarebbero comunque destinate alla morte. 

Invece il Signore è venuto perché chi crede in Lui abbia la vita, in abbondanza (Gv 10,10). 

Anzi, il versetto 9 è ancora più preciso: “Io sono la porta; se uno entra per me, sarà salvato, entrerà e uscirà, e troverà pastura”. Chi conosce la grazia di Cristo entra a far parte del popolo dei salvati; ma la salvezza consiste nell’uscire, nella possibilità di aprire il proprio mondo, destinato alla morte, alla piena comunione con Dio, ad una vita altra, alla vita eterna. 

Se Gesù è la porta, se una porta esiste, allora vuol dire che non siamo destinati a rimanere schiavi di questo mondo, ovvero destinati alla morte. Vuol dire che la vita non finisce qui, dentro le quattro mura di questa esistenza terrena: la nostra vita torna ad essere infinita. 

E siccome questa porta non si trova tanto alla fine della vita, ma è una porta aperta fin d’ora, allora significa che fin d’ora l’uomo può vivere questo passaggio, può rimanere in questa tensione: un continuo passaggio tra la nostra vita schiava di noi stessi, chiusa nel nostro egoismo, ad una vita che fon d’ora può essere vera, bella, eterna. 

Il fatto che si legga questo Vangelo nel mezzo del tempo pasquale è importante perché non dimentichiamo che questa porta si è aperta nella Pasqua di Gesù. Anzi, che proprio la sua Pasqua è la vera porta. 

E che anche noi, per passare dalla morte alla vita, dobbiamo passare di lì: tutto ciò che in noi è vecchio può morire unito alla morte di Cristo, e si ritroverà, fin d’ora, nell’altra stanza; e ciò che è passato di là non muore più. 

+ Pierbattista