15 giugno 2017
Corpus Domini, anno A
Abbiamo celebrato da poco la festa della Santissima Trinità, e abbiamo detto che per entrare nella comprensione di questo mistero non possiamo usare altro linguaggio se non quello dell’amore: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio…” (Gv 3,16).
La Solennità del Corpus Domini ci fa fare un passo oltre, e ci dice qualcosa su come ama Dio, sul modo che Dio ha scelto per amare tanto il mondo. E ci dice che questo “come” passa attraverso il suo Corpo.
Il capitolo sesto del Vangelo di Giovanni, da cui è tratta la pericope che ascoltiamo oggi, riporta il grande discorso di Gesù nella sinagoga di Cafarnao: dopo aver moltiplicato il pane (Gv 6,1-15), dopo aver attraversato il lago in tempesta (Gv 6,16-21), Gesù si ferma e spiega il miracolo del pane. E dice che l’unico pane capace di nutrire e di dare vita non può essere se non il suo Corpo, che l’unico modo per avere accesso all’amore di Dio è passare per il suo Corpo.
In questo Corpo, Gesù ha riversato – vi ha “svuotato” dentro, direbbe S. Paolo (cfr Fil 2) – tutta la vita di Dio, tutto l’amore con cui Dio ama, tutti i suoi sentimenti, i suoi pensieri. Il Corpo di un uomo si è riempito della vita di Dio. Su questo Corpo è disceso e rimasto lo Spirito, che l’ha impregnato dal di dentro.
È con questo Corpo che Gesù ha amato coloro che ha incontrato, si è avvicinato alle persone, le ha guardate e viste, ha sentito compassione per loro, ha toccato e si è lasciato toccare; si è lasciato profumare. Ha imposto le mani, ha accarezzato, ha ascoltato, ha parlato. Ha sentito fame e sete, stanchezza e paura, ha condiviso il cammino, si è seduto a mensa, ha provato tenerezza e rabbia. Ha pregato il Padre. Questo Corpo, lì dove è arrivato, ha guarito e salvato.
Nell’ultima cena con i suoi amici, Gesù ha fatto di questo corpo il segno della sua presenza definitiva fra noi, l’ha donato e ha reso questo dono eterno attraverso un memoriale: nell’Eucaristia questo Corpo rimane dato per sempre. Questo Corpo, sulla croce, è stato preso e spezzato.
Ora Gesù dice che chi si nutre di questo Corpo – l’evangelista utilizza il termine “carne” per dire la stessa cosa – vivrà in eterno: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,52).
Ovvero che chi si nutre di questa vita, completamente data, assume in sé una vita nuova, che dal di dentro, silenziosamente, lo trasforma. E lo rende capace, a sua volta, di vivere il corpo come dono, offerto per entrare in comunione con altri corpi, con altre vite.
Lo rende capace di vivere il corpo come eucaristia, perché il nostro corpo è il grande sacramento di cui ciascuno è sacerdote, su cui sempre è chiamato a ripetere le parole: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo”.
Abbiamo ascoltato che di fronte a questa Parola qualcuno si scandalizza: “Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?»” (Gv 6,51).
Ci si scandalizza di fronte ad un modo di vivere così, in cui il corpo è dato in cibo perché l’altro possa vivere. Eppure non c’è comunione e non c’è amore – e quindi non c’è vita – se non passando per un corpo dato.
L’alternativa è un corpo tenuto strettamente chiuso in se stesso, prigioniero del proprio bisogno di sopravvivere, di avere, prigioniero della paura di donarsi. Un corpo, vissuto così, è solo votato alla morte e alla solitudine.
Dio, invece, “inventa” la possibilità di avere un Corpo per creare comunione con noi: e si fa uomo, e si fa pane.
E dona all’uomo la possibilità di vivere nel proprio corpo la stessa dinamica eucaristica di dono di sé, di gratitudine, di comunione, perché tutto sia coinvolto nell’amore, e quindi tutto torni al Padre.
+Pierbattista
