10 maggio 2026
VI Domenica del Tempo Pasquale A
Il brano di Vangelo che ci viene offerto nella Liturgia della Parola di questa Sesta domenica di Pasqua (Gv 14,15‑21) fa ancora parte di quei lunghi “discorsi di addio” con cui Gesù si commiata dai suoi discepoli prima della Passione.
In realtà, però, non si tratta di un discorso di addio. Al contrario, sono parole che parlano fortemente di una presenza: nel momento in cui Gesù sta per lasciare questo mondo e si apre il tempo dell’assenza, si apre anche il tempo di una comunione più intima.
È il grande paradosso del Vangelo di Giovanni: quando sembra che Dio si ritiri, in realtà si avvicina; quando sembra che Gesù scompaia, in realtà entra più profondamente; quando sembra che tutto finisca, in realtà tutto comincia.
Il brano di Giovanni ci fa pensare che inizia per i discepoli il passaggio da un tempo in cui si è “spettatori” della vita di Gesù ad un altro in cui di questa sua vita si è partecipi.
Più volte, infatti, ritornano espressioni che parlano di una reciproca presenza, di una “inabitazione”: “lo Spirito rimane presso di voi e sarà in voi (Gv 14,17); “voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi” (Gv 14,20).
Gesù sta dunque dicendo che la sua vita, cioè la sua relazione con il Padre, il suo modo di amare, la sua libertà, la sua pace, diventa la nostra possibilità di vita. Non si tratta di imitarlo dall’esterno, ma di partecipare alla sua vita dall’interno, come a qualcosa che ci appartiene, che è anche nostro.
Non guardiamo Gesù da lontano, non raccontiamo la sua storia come si racconta un evento passato. Viviamo dentro la sua storia.
Come può accadere un dono così grande, Gesù inizia a spiegarlo aprendo delle vie possibili.
La prima via che il brano apre è quella di un amore che diventa obbedienza: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti” (Gv 14,15).
Non è un ordine, è un cammino. Non è un dovere imposto, ma la forma che l’amore assume quando è vero. L’obbedienza, in Giovanni, non è mai sottomissione: è la libertà di chi ha scoperto che la via di Gesù è la via della vita.
Il comandamento di Gesù non è una lista di cose da fare, ma è uno solo, ed è la sua stessa vita consegnata.
Amare Gesù significa lasciarsi attirare nella sua logica di dono, permettere allo Spirito di modellare il cuore secondo la sua forma. L’amore, quando è vero, genera una forma di vita. Non resta sentimento: diventa scelta, direzione, stile.
Obbedire, allora, non significa eseguire: significa lasciare che l’amore ricevuto prenda forma in noi.
L’obbedienza, quindi, è il frutto maturo dell’amore ricevuto, ed è il luogo dove la vita di Gesù in noi si rende manifesta.
Una seconda via passa per la conoscenza.
Nel nostro brano, infatti, risuonano più volte i verbi del vedere e del conoscere, che però non indicano un sapere teorico, una verità astratta. Indicano un riconoscere e sono sempre declinati insieme ad altri vocaboli, ovvero a quelli che appartengono al vocabolario dell’amare.
La presenza del Signore in noi si riconosce solo amando, perché è l’amore che apre gli occhi. L’amore rende possibile vedere ciò che c’è, ma non appare.
Ma tutto questo è possibile solo grazie al dono dello Spirito, a questo “altro paraclito” (Gv 14,16) che il Padre invia sui discepoli: Egli “rimane presso di voi e sarà in voi” (Gv 14,17).
Questa promessa di una presenza interiore permanente è la vera consolazione con cui il Signore può lasciare il cuore dei discepoli nella pace.
Una cosa è chiesta ai discepoli: accogliere (“Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui.” - Gv 14,21). Quando lasciamo che lo Spirito faccia il suo lavoro discreto, allora il Signore può manifestarsi.
Non con segni eclatanti, non in modo straordinario, ma nella forma semplice e quotidiana della pace, della luce, della fedeltà.
È questo il miracolo discreto dello Spirito: trasformare l’assenza in comunione, la paura in fiducia, la solitudine in dimora.
+Pierbattista

