Fribourg Cathedral 15 Novembre 2025
XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (Lc 21,5-19)
Eccellenza, Fratelli e sorelle, Il Signore vi dia pace!
Il Vangelo di oggi ci porta nel cuore del discorso escatologico di Gesù. Tutto parte da uno sguardo: alcuni ammirano la bellezza del tempio, le sue pietre, i suoi ornamenti. Ma Gesù sorprende: «Non resterà pietra su pietra» (Lc 21,6). Parole dure, che annunciano la fine di un mondo, di una religiosità, di un’epoca. Anche noi penso abbiamo l’impressione di trovarci alla fine di un’epoca, e siamo un po’ disorientati dalla velocità dei cambiamenti in corso. Il Vangelo però ci da un’indicazione importante, di fiducia e di speranza.
Proprio mentre tutto sembra crollare, infatti, Gesù apre una prospettiva nuova: non tutto finirà. C’è qualcosa che rimane, che resiste alle prove più dure. Questa parola oggi risuona forte in Terra Santa, dove vediamo macerie, ferite, paura. Questa Terra Santa – che dovrebbe essere icona di comunione e promessa di pace – è ferita da una tragedia che sembra senza fine. Le macerie non sono solo di case e strade distrutte, di un numero incredibile di vittime e di tutto ciò che in questi mesi le immagini ci hanno riportato, ma di relazioni spezzate, di fiducia tradita. La guerra ha scavato solchi profondi nei cuori, generando un odio che rischia di diventare eredità per le generazioni future. Il dialogo interreligioso, già fragile, appare quasi assente: le voci che invocano riconciliazione sono soffocate dal rumore delle armi e dall’amarezza delle perdite. Insomma, un panorama desolante.
Eppure, il Signore ci dice oggi ci dice: non è la fine.
Gesù non nasconde la verità: guerre, rivoluzioni, terremoti, carestie, persecuzioni, tradimenti… tutto ciò che di peggio può accadere. E noi, oggi, non facciamo fatica a immaginare queste parole: basta guardare alla nostra Terra Santa, ferita da conflitti, divisioni, tensioni. Viene da pensare che sia impossibile resistere. E invece Gesù dice: «Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto» (Lc 21,18). Non significa che non ci sarà dolore e morte, perché alcuni perderanno la vita (Lc 21,16). Gesù vuole dirci che tutto questo non è la fine. Non è la fine della fede, della speranza, dell’amore. Da queste macerie può nascere qualcosa di nuovo.
Il Vangelo ci indica tre strade per non soccombere:
- Fiducia Resisterà chi crede che il Signore non ha abbandonato la storia. Chi sa che Dio è vicino a chi soffre e ed è perseguitato, e dona parole e sapienza che non vengono dalla paura, ma dallo Spirito (Lc 21,15). Questa fiducia è la forza dei cristiani di Terra Santa, che continuano a pregare e a sperare anche quando tutto sembra perduto. Fiducia significa credere che la pace è possibile, anche quando sembra un sogno lontano.
- Sguardo nuovo Non fermarsi alle pietre che crollano, ma vedere possibilità di bene. All’inizio c’è lo sguardo che ammira il tempio; poi c’è lo sguardo di chi non si lascia ingannare da falsi messia (Lc 21,8); e infine lo sguardo che vede, dentro gli sconvolgimenti, un’occasione di testimonianza (Lc 21,13). Anche oggi, in mezzo alle tensioni, possiamo essere segni di pace, di dialogo, di speranza. Uno sguardo nuovo è quello che vede nel vicino non un nemico, ma un fratello.
- Perseveranza «Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita» (Lc 21,19). Non fuggire dalla complessità, ma restare, donare amore. Una vita persa per amore è la più alta testimonianza. È così che la vita è salva: non perché evita la morte, ma perché diventa dono, come quella di Cristo. Perseverare oggi significa continuare a costruire ponti, a educare alla pace, a pregare per chi ci fa del male.
Il tempio crollerà, ma la vita donata per amore rimane. Su questa vita vale la pena fissare lo sguardo, come su qualcosa che nemmeno la morte può togliere. In questa Terra Santa, segnata da ferite e speranze, siamo chiamati a essere testimoni di fiducia, di sguardo nuovo, di perseveranza. Proprio qui, dove il Signore ha abbattuto i muri dell’inimicizia con la sua croce, siamo chiamati a credere che la pace è possibile, an he se tutto va in direzione contraria. Nonostante tutto, la Chiesa continua a essere segno di speranza, voce che invita alla preghiera e alla conversione, perché l’odio non abbia l’ultima parola. La promessa di Gesù – «Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto» – è più forte di ogni maceria: è garanzia che la storia non è abbandonata al caos, ma custodita da Dio.
Che la nostra comunità diventi un segno di pace, un luogo dove la parola di Gesù prende carne: non è la fine, ma l’inizio di qualcosa di nuovo. In mezzo alle ferite, siamo chiamati a essere testimoni di fiducia, di sguardo nuovo, di perseveranza. Perché la pace non nasce dai trattati, ma dai cuori che si lasciano trasformare dall’amore.
Non soccombere alla paura, ma credere che il Signore è vicino e che la sua promessa è più forte di ogni maceria: «Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto». Che le nostre comunità diventino un segno di pace, un luogo dove la parola di Gesù prende carne: non è la fine, ma l’inizio di qualcosa di nuovo.

